Innovazione e competitività: cosa manca alle pmi italiane?

Innovazione competitività PMI italiane

La digital transformation avanza, ma nel nostro Paese lo fa ancora a rilento. Ci sono aspetti che ancora bloccano una piena comprensione della portata di questo fenomeno, e che per questo motivo non permettono alle PMI italiane di competere sul mercato come potrebbero.

Ad un primo sguardo superficiale potrebbe sembrare manchi la volontà di innovare, ma in realtà alle spalle ci sono anche fattori culturali che sono parte integrante del tessuto imprenditoriale italiano. Ma quali sono questi fattori? Cosa manca alle industrie italiane per rendersi davvero concorrenziali?

Scopriamolo insieme in questo articolo.

Quante sono le PMI in Italia?

Ancora prima di comprendere cosa manca alle PMI italiane per competere sul mercato, è opportuno capire quale sia il peso di queste imprese nel nostro Paese. In Italia abbiamo 4,4 milioni di imprese attive. Di queste il 95,05% è rappresentato dalle microimprese, ovvero quelle con meno di 10 addetti. Le grandi imprese invece, si limitano allo 0,09%. Per quanto concerne invece il numero delle PMI, è di poco superiore alle 200.000 unità.

Nonostante questo dato possa sembrare di poca rilevanza, è opportuno sapere che le PMI da sole sono responsabili di più del 40% dell’intero fatturato italiano, ma anche di un terzo delle persone occupate. Si tratta di numeri oggettivamente impressionanti. Nel momento in cui le piccole e medie imprese dovessero rimanere indietro, le ricadute colpirebbero l’intero territorio.

I trend legati alla trasformazione digitale sono stati in grado di imporre alle imprese nuove e difficili sfide tecnologiche, anche sotto il profilo organizzativo e culturale. La chiave per sbrogliare la situazione è da ricercarsi nelle nuove professioni digitali necessarie per completare il processo, oltre ad un altrettanto indispensabile cambiamento culturale. Si tratta di due fattori che costituiscono al momento il motivo del gap delle PMI sul mercato.

Trasformazione digitale in Italia: il punto della situazione

In Italia sono attualmente attive circa 200.000 PMI. Di queste, solamente una piccola parte dimostra di avere raggiunto un’adeguata maturità digitale sufficiente a rendere competitivo il proprio business.

In parole povere, solamente un quarto dell’imprenditoria del nostro Paese è pronto per la sfida sui mercati mondiali, e quindi possono contare su processi produttivi digitalizzati supportati da tecnologie avanzate.

Si tratta di un dato per certi punti di vista allarmante, che a prima vista potrebbe apparire come la conseguenza di una mancanza di volontà di innovare realmente. Inutile sottolineare però, che una scarsa propensione ad intraprendere la direzione digitali ricada su due fronti prinicipali:

  • sull’economia locale del territorio dove queste imprese hanno sede
  • sull’intera economia nazionale che supporta poco le imprese.

Purtroppo se in futuro non cambierà la situazione potrà solamente peggiorare.

Cosa manca alle PMI italiane per competere?

Alle PMI italiane, per riuscire a competere sul mercato globale, servono competenze e formazione. L’evoluzione tecnologica corre veloce, e molto spesso il mondo delle università restituisce figure non ancora pronte a soddisfare le richieste delle imprese. Questo significa che i ruoli e le relative competenze all’interno delle organizzazioni sono ancora frazionati. Per comprendere ancora meglio la situazione, basta soffermarsi su un dato singolare.

Al momento infatti, solamente il 20% delle PMI ha in organico un “Innovation Manager”. Si tratta di una figura in grado di portare avanti progetti strettamente legati a percorsi di innovazione. L’operato di questa figura può riguardare un prodotto piuttosto che processi aziendali interi. E non finisce qui. Molte aziende infatti, circa il 20%, oltre a non impiegare un professionista di questo tipo, non riescono nemmeno a coordinare progetti innovativi.

Questo perché tali progetti vengono affidati ai responsabili delle diverse aree all’interno di specifici ambiti. Si tratta ad esempio di eCommerce manager, piuttosto che di Data Scientist, o altri ancora. Una parte delle imprese invece, cerca esternamente opportunità che possano aumentare la competitività, come i CRM, gli e-commerce, le piattaforme web, ed altre ancora.

Almeno sotto questo punto di vista, sono in molte quelle imprese che hanno compreso ad esempio l’importanza dell’implementazione di un software ERP. Parliamo di programmi in grado di integrare i processi di business nella loro totalità. Tra i principali possiamo ricordare gli acquisti, le vendite, la contabilità o la gestione di magazzino. Molto spesso si tratta di soluzioni Cloud ERP, che permettono un agile accesso ai dati dei vari reparti in maniera immediata e agevole.

Ma cosa frena ancora gli investimenti in questa direzione da parte di alcune imprese? Come detto, la causa principale è data proprio dalla difficoltà di reperire competenze specifiche, senza chiaramente dimenticare i costi legati alla formazione del personale per acquisire le competenze digitali utili alle aziende.

Ed è proprio in ambito formativo, sotto il profilo delle tematiche digitali, che le imprese italiane si muovono troppo lentamente, affidando al singolo elemento il carico e l’onere di formarsi in maniera autonoma.

L’importanza delle professioni digitali

Quella che stiamo vivendo nel mondo attuale del lavoro in Italia può essere definita come una situazione paradossale:

  • Da una parte infatti, troviamo moltissime persone che lamentano di non riuscire a trovare lavoro, oppure di come i posti disponibili non siano in grado di soddisfare le proprie ambizioni, anche economiche.
  • Dall’altra parte della barricata troviamo invece le imprese che, a loro volta, fanno fatica a trovare persone sufficientemente qualificate, in grado di fornire un valido supporto per completare il processo di digital transformation.

Tra le figure più ricercate al momento troviamo proprio le professioni digitali, tra cui il social media manager, il SEO Expert, il Content Manager, il web Designer, l’e-commerce manager, e molte altre ancora.

Sono tutte figure che necessitano di precise skills, come un ovvio interesse per il mondo digital, un approccio creativo, una formazione continua, e non da ultime un’estrema flessibilità e una buona capacità di adattamento. Queste professioni possono portare vantaggi a tutti, e tale discorso è valido sia dal punto di vista aziendale che da quello del collaboratore.

D’altronde è risaputo come il web rappresenti un “luogo” colmo di opportunità per le imprese, dal momento che si tratta di un canale che potenzialmente permette di raggiungere ogni angolo del mondo. Rinunciare a tale canale quindi, per le imprese significa anche non tenere in considerazione i fatturati che questo può portare. Senza dimenticare che le professioni digitali possono condurre ad una notevole crescita professionale.

Cloud, Big Data e Iot: tre tecnologie ancora poco diffuse

Il 28% delle PMI italiane effettua analisi di dati strutturati, ma meno del 10% ha compreso la reale opportunità concessa dai Big Data. E soprattutto in questo ambito che le imprese si trovano in contrapposizione netta con le concorrenti europee. Il medesimo discorso è applicabile anche per il cloud computing. Si tratta di una tecnologia di cui le grandi imprese hanno compreso le potenzialità, ma che è davvero poco sfruttata.

Ma c’è un dato che possiamo davvero considerare allarmante, e su cui è necessario intervenire anche piuttosto in fretta. Oltre il 60% dei piccoli imprenditori infatti, nemmeno conosce l’esistenza di soluzioni IoT destinate all’industria 4.0. Questo significa che regna una totale disinformazione sul settore, oltre che una mentalità ristretta che impedisce di aprirsi alle nuove tecnologie.

In sintesi possiamo dunque dire che alle PMI italiane per rendersi davvero competitive sul mercato mancano due precisi elementi, anche se legati da un unico denominatore comune:

  • Da una parte troviamo una scarsa propensione a riconoscere l’importanza di figure specializzate. In questo frangente però, la responsabilità è da dividere con il tessuto universitario italiano, non all’altezza di preparare adeguatamente tali figure.
  • Il secondo motivo risiede nella scarsa conoscenza delle innovazioni tecnologiche, ma soprattutto la comprensione dei reali benefici che determinate soluzioni possono apportare al business.

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